venerdì 21 aprile 2017

The Laguna Copperplate Inscription

La "Laguna Copperplate Inscription" è un antico documento del X secolo d.C. ritrovato nelle Filippine probabilmente nel 1987. Questo documento è il più antico ritrovamento di uno scritto nelle Filippine. Il manufatto fu ritrovato in maniera del tutto casuale durante un dragaggio del fiume Lumbang. Il draghista pensando che il manufatto potesse avere un qualche valore economico pensò bene di venderlo ad un antiquario. L'antiquario in un primo momento cercò di rivendere il manufatto a qualche privato, ma fortunatamente non trovò alcun acquirente, quindi pensò bene di contattare il Museo Nazionale delle Filippine. E fu così, nel 1990, che questo documento trovò finalmente la luce della storia. 
Prima del ritrovamento di questo importante manufatto molti studiosi ritenevano che vi fosse una sorta di isolamento delle Filippine dal resto del Sud Est Asiatico. Questo in quanto si avevano poche informazioni sull'area che oggi ospita il moderno Stato delle Filippine.
Nel X secolo d.C. nel Sud Est Asiatico una delle potenze principali era l'Impero Khmer, che occupava gran parte della penisola indocinese, altre realtà importanti erano il Regno di Champa che controllava il Vietnam meridionale, la Cina della dinastia Tang che possedeva il Vietnam del nord, e il Regno di Srivijaya ( Sumatra e Penisola Malese ) che era un'importante forza marittima e controllava un'importante rotta di traffico navale come quella dall'India alla Cina.
Sul documento è posta una data dell'anno 822 dell'epoca Saka, il mese di Waisaka, e il quarto giorno della luna calante. Questa data corrisponde al 21 aprile del 900 d.C. nel calendario gregoriano prolettico. Il testo è in scrittura Kawi, un tipo di scrittura originario di Giava e per lo più usato nell'arcipelago malese dall'VIII secolo fino al 1500 d.C., mentre la lingua è antico malese con diversi prestiti dal sanscrito e da un'altra lingua che si ipotizza essere antico giavanese, inoltre nel testo sono presenti riferimenti Indù che fanno pensare che l'autore fosse aderente all'induismo. Il documento in questione, scritto su una sottile lastra di rame, è una liberatoria da un debito in oro di 1 kati e 8 suwarna per i figli di un certo Nairawan.

Questa la traslitterazione del documento reperibile su Wikipedia:

Swasti. Ṣakha warṣatita 822 Waisakha masa di(ng) Jyotiṣa.
   

Caturthi Kriṣnapaksa Somawāra sana tatkala Dayang Angkatan lawan dengan nya sānak barngaran si Bukah anak da dang Hwan Namwaran di bari waradāna wi shuddhapattra ulih sang pamegat senāpati di Tundun barja(di) dang Hwan Nāyaka tuhan Pailah Jayadewa.
   

Di krama dang Hwan Namwaran dengan dang kayastha shuddha nu di parlappas hutang da walenda Kati 1 Suwarna 8 di hadapan dang Huwan Nayaka tuhan Puliran Kasumuran dang Hwan Nayaka tuhan Pailah barjadi ganashakti.
   

Dang Hwan Nayaka tuhan Binwangan barjadi bishruta tathapi sadana sanak kapawaris ulih sang pamegat Dewata [ba]rjadi sang pamegat Medang dari bhaktinda diparhulun sang pamegat.   

Ya makanya sadanya anak cucu dang Hwan Namwaran shuddha ya kapawaris dihutang da dang Hwan Namwaran di sang pamegat Dewata.
   

Ini gerang syat syapanta ha pashkat ding ari kamudyan ada gerang urang barujara welung lappas hutang da dang Hwa.

martedì 28 febbraio 2017

L'Assedio di Jaén

L'Assedio di Jaén è un episodio storico che si inquadra nell'ambito della Riconquista Spagnola della penisola Iberica.
La Taifa di Jaén era uno dei tanti piccoli potentati islamici della penisola. Già nel 1225 e poi nel 1230 Ferdinando III di Castiglia aveva tentato di  prendere la città senza però riuscirvi e senza peraltro subire sconfitte decisive. Nell'inverno del 1245 Ferdinando III, avendo ottenuto nel contempo il sostegno del Gran Maestro dell'Ordine di Santiago, Pelayo Pérez Correa, riprese nuovamente le offensive contro la Taifa di Jaén che aveva come alleato il Sultanato di Granada di Muhammad Ibn Nasr. Per tutto l'inverno del 1245, le forze di Ferdinando III effettuarono raid sulle zone circostanti la città in vista di un eventuale assedio, catturando punti strategici nelle zone circostanti.
La giornata decisiva dell'Assedio fu quella del 28 febbraio 1246 in quanto Muhammad Ibn Nasr nel tentativo di consolidare il potere sui suoi domini, diede ordine alla città di Jaén di arrendersi alle forze del Regno di Castiglia e Leon ( nel 1230 Ferdinado III di Castiglia era divenuto anche re di Leon ) e dell'Ordine di Santiago. In pratica con il Trattato di Jaén che poneva fine al conflitto il Sultanato di Granada diveniva uno Stato vassallo del Regno di Castiglia e Leon.

domenica 26 febbraio 2017

Battaglia di Benevento 1266

Il 26 febbraio del 1266 nei pressi di Benevento ebbe luogo una battaglia che decise le sorti del Regno di Sicilia. Da una parte le milizie di Carlo d'Angiò  il quale aveva il supporto del Papa Clemente IV e dall'altra le forze di Manfredi Hohenstaufen Re di Sicilia. Carlo d'Angiò era arrivato a Roma già nel maggio del 1265 ma la campagna per la conquista del Regno Svevo partirà soltanto nel gennaio del 1266 quando nella giornata del 20 Carlo d'Angiò con il suo esercito lasciano Roma con la benedizione di ben 5 cardinali tra i quali Riccardo degli Annibali che seguirà l'angioino nella sua campagna di conquista.  Dopo aver attraversato il fiume Liri senza alcuna difficoltà, complice il tradimento del Conte di Caserta, cognato di Manfredi, gli angioini trovarono una certa opposizione presso la rocca di San Germano che però cadde comunque in mano a Carlo  d'Angiò.
L'esito decisivo dello scontro tra angioini e svevi si ebbe il 26 febbraio nei pressi di Benevento. Manfredi dispose le sue forze su tre schieramenti: il primo, sotto il comando di Giordano d'Anglano con 1200 cavalieri tedeschi; il secondo sempre composto da cavalleria sotto il comando di Galvano Lancia e Bartolomeo Semplice; il terzo sotto il diretto comando di Manfredi di Sicilia composto da fanteria e arcieri saraceni e da 1500 cavalieri. Le operazioni furono aperte dall'attacco lanciato dallo stesso Manfredi che scagliò i lancieri saraceni contro la fanteria angioina che si volse alla fuga, fu a quel punto che Carlo d'Angiò mandò la cavalleria in soccorso e questi annientarono i saraceni. Il contrattacco della cavalleria sotto il comando di Giordano d'Anglano non riuscì a respingere gli avversari. A quel punto l'esito sembrava scontato ma Manfredi non si perse d'animo e vedendo che gli angioini erano provati dalla battaglia diede l'ordine di gettarsi nella mischia alla fanteria saracena e i cavalieri sotto il suo comando. Soltanto che questo ordine non fu atteso causa il tradimento di quei comandanti ai quali il Manfredi era maggiormente legato per amicizia e vincoli di sangue. Nonostante tutto in maniera eroica il Manfredi con i suoi fedelissimi si gettò nel vivo della battaglia cercando di riaccendere le speranze e cambiare le sorti del conflitto e in effetti in un primo momento lo scontro sembrò di nuovo incerto. A quel punto però Carlo mise nella mischia nuovi rinforzi e l'esito della battaglia fu un massacro. Lo stesso Manfredi cadrà nella battaglia. Il Regno di Sicilia era nelle mani di Carlo d'Angiò.

sabato 25 febbraio 2017

L'Assedio di Pilėnai 25 febbraio 1336

L'Assedio di Pilėnai è un evento che si inquadra nella Crociata Lituana (1283-1410) condotta dai Cavalieri dell'Ordine Teutonico contro il Granducato di Lituania. Il motivo della Crociata Lituna era la conversione alla religione cristiana cattolica dei lituani che erano di religione pagana.
Pilėnai era una collina fortificata. La sua posizione è tutt'oggi sconosciuta ed è soggetto di dibattiti accademici, ma l'evento dell'assedio è  ben noto nella storia della Lituania a causa della sua difesa eroica contro le forze dell'Ordine Teutonico nel 1336.
Diverse sono le fonti storiche coeve che raccontano i fatti dell'Assedio di Pilėnai: Epitome gestorum Prussiae; Der Chronist von Wolfenbüttel; Annalista Thorunensis; Kurze Reimchronik von Preussen. Tuttavia le informazioni che provengono da questi testi non sono sufficienti a chiarire l'esatta ricostruzione degli eventi. L'unica fonte contemporanea che descrive gli eventi più in dettaglio è la cronaca di Wigand di Marburg. Tuttavia, il testo originale in tedesco non è sopravvissuto. Il suo lavoro è conosciuto da una traduzione latina commissionata da Jan Długosz nel 1464.
La fortezza, con all'interno circa 4000 persone sotto il comando del Duca Margiris, venne attaccata il 25 febbraio del 1336 da un esercito composto da circa 6000 soldati e 200 nobili sotto il comando del Gran Maestro dell'Ordine Teutonico Dietrich von Altenburg. Il Duca Margiris provò invano ad organizzare una difesa contro la preponderante forza assalitrice, ma gli assediati persero presto le speranze e decisero di privare gli assedianti del bottino e dei prigionieri, e misero quindi a fuoco la loro fortezza, preferendo così la morte alla resa alle forze dell'Ordine Teutonico.

venerdì 3 febbraio 2017

L'Eccidio di Cesena (1377)

Questo episodio fa parte della cosiddetta Guerra degli Otto Santi, che vedeva opposto lo Stato Pontificio e le Città del Centro Italia, dal 1375 i legati pontifici( tutti di origine francese e mal visti dalle popolazioni locali ) stavano riassoggettando i territori dello Stato della Chiesa in vista del ritorno del Papa da Avignone a Roma.
A Cesena si era sistemata con l'accordo del Papa una feroce e agguerrita banda di mercenari Bretoni e Guasconi (1376-1377) che ogni giorno esasperava la popolazione della città commettendo abusi e crimini ( furti, omicidi ). Non erano mancate le lamentele della popolazione della città, che però erano rimaste inascoltate, alla fine la popolazione insorse e circa 300 Bretoni furono uccisi dalla reazione armata dei cittadini cesenati.
La reazione delle forze pontificie non si fece attendere. Il legato pontificio incaricò della repressione della rivolta il famigerato condottiero inglese Giovanni Acuto ( John Hawkwood ). In questa occasione il cardinale legato disse all'Acuto: "Entra in città e fa giustizia" il condottiero rispose : "Volete che arresti i capi della sedizione ?" e il legato rispose : " No, voglio sangue, sangue e giustizia".
L'eccidio degli abitanti di Cesena durò per ben tre giorni e alla fine si conteranno circa diecimila morti.

martedì 27 dicembre 2016

Salvare le banche giova al cittadino ?!

Negli ultimi anni tante banche sono più o meno fallite o comunque hanno portato alla rovina migliaia di risparmiatori. I governi poi fanno di tutto per aiutare queste banche a tornare sul mercato e non si capisce bene a che pro. Viviamo in un sistema capitalistico e sempre più liberista. Le banche operano nel mercato ed è il mercato che dovrebbe essere il loro ultimo giudice e invece succede che ad esempio lo Stato italiano aiuti con leggi ad hoc questi istituti di credito. Non si riesce a comprendere il motivo per cui bisogna salvare a tutti i costi delle imprese private che non riescono a competere nel mercato. Discorso diverso se queste imprese fossero state pubbliche e quindi rappresentassero un vero interesse nazionale. Nella sostanza funziona così quando queste banche vanno bene loro guadagnano e sono felici quando poi a seguito dell'operato piuttosto "frivolo" di qualche manager strapagato si trovano con l'acqua alla gola sono gli altri a dover pagare. Che per altri intendo i cittadini italiani che sostanzialmente dall'azione di queste banche non hanno alcun beneficio anzi probabilmente il contrario. Insomma sembra una delle tante situazioni assurde oltre che odiose che investono il nostro bel paese.

sabato 24 dicembre 2016

Social network e sciocchezze.

Riflettevo sui social network e sul valore dello scambio di contenuti al loro interno. Capita spesso che mi trovo a scrivere post o condividere dei contenuti di natura politica o storica e nessuno o quasi nessuno considera questi contenuti, passano totalmente o quasi inosservati. Al contrario quando ogni tanto pubblico qualche post banale o stupido questo risulta essere una discreta attrazione per i miei "followers". Sembra quindi che sui social network la "cultura" o la notizia di rilevanza sociale non abbia proprio appeal. Sembra che quello che interessa sia tutto ciò che possa essere banale o sciocco o qualcosa che per così dire faccia "costume".
Ovviamente, questa riflessione, è per quello che vedo accadere personalmente nel mio piccolo, ed è ovvio che se poi questo "piccolo" possa essere in qualche modo parte di un "modello" più grande questo ci dovrebbe far molto preoccupare. In ogni caso, anche quando mi confronto col mondo reale, non mi sento affatto rassicurato essendo circondato costantemente da ignoranza, maleducazione e stupidità che la fanno da padrone, sempre per la mia personale percezione della realtà che potrebbe essere messa in discussione da altri soggetti come giustamente accade quando si ha libertà di opinione e di espressione. Quindi, in conclusione nel mio piccolo posso affermare che, chi ha un pò di cervello si rassegni a restare perennemente in minoranza e a vivere la propria realtà di conseguenza.